La riduzione da 20 a 18 squadre pare il tema del contendere all’interno di una dialettica variegata tra Lega e FIGC i cui toni si sono accesi negli ultimi giorni. Dei club di Serie A, quattro big (Juve, Milan, Inter, Roma) sostengono la necessità di restringere il campionato. Non solo per arginare la proliferazione degli sforzi agonistici ma per accrescere il valore dello spettacolo, diluito oggi anche dallo squilibrio delle forze in campo. Le piccole si oppongono, alzando la bandiera della rappresentatività dei territori.
Come stanno le cose? La Serie A ha avuto 18 squadre dal 1988/89 al 2004/05, proprio nel periodo in cui era considerata “il campionato più bello del mondo” grazie all’equilibrio competitivo, ai soldi, alla presenza di sette squadre potenzialmente candidate a vincerla e dominanti nelle coppe. Prima era a sedici ma il punto non è questo, bensì il fatto che alle fitte competizioni domestiche (perfino la Supercoppa è stata allargata) si aggiunge l’Europa, le nazionali, ora il Mondiale per club con effetti preoccupanti sulla salute dei calciatori, riscontrabili nella frequenza di infortuni. A parole, tutti preoccupati. Nei fatti, ognuno sembra muoversi per il proprio orticello. Molti calciatori non trovano più il tempo di allenarsi, dormono in aereo tra una partita e l’altra, comprimono i tempi di recupero. Prendiamo il caso Pedri: in 12 mesi, nel 2020/21, ha giocato 72 partite tra Barcellona e varie Nazionali (maggiore, olimpica, under 21). Al termine di questa incredibile maratona si è rotto (lesione muscolare) stando fuori 4 mesi, prima di rompersi nuovamente qualche mese dopo. Colpa di chi lo ha convocato sempre? A 22 anni, Vinicius ha giocato 18 mila minuti, più del doppio di Ronaldinho alla stessa età e lo stesso Mbappè il 50% di partite più di Thierry Henry. Problemi da ricchi, dirà qualcuno, ma il capitale delle big messo a rischio dal logorio degli impegni riduce la capacità di spesa per acquistare calciatori dalle piccole. Un sistema economico che impoverisce il suo asset principale rischia di diventare insostenibile e la situazione pare destinata a peggiorare, perché la prossima stagione prevede ulteriori aumenti (più del 10%) nel numero di gare.
Ci sono risvolti economici anche sulla gestione dei diritti tv, il cui valore è in calo nei campionati ormai scivolati in secondo piano, come la Serie A. Se la torta si restringe, mantenere il numero di commensali significa offrire da mangiare meno a ognuno. Giocare più partite poco equilibrate (o scarsamente interessanti) non aiuta a preservarne il valore anzi lo diluisce, perché la vendibilità ne esce inevitabilmente penalizzata. La Ligue 1 è già passata da 20 a 18 mentre la Bundesliga non è mai salita a 20 squadre. Premier e Liga restano a 20 – dicono i sostenitori del campionato “largo” – ma in quei tornei il valore dei diritti è in crescita, a differenza che da noi. Negli anni passati, la Premier ha fatto dell’equilibrio competitivo il vero fattore di successo che ne ha determinato le immense fortune rendendolo il campionato più visto al mondo: lo dicono autorevoli studi economici. Perciò la Serie A rischia di sbagliare modello economico e potrebbero uscirne penalizzate anche le piccole, aggrappate alle quattro partite stagionali in più e ai due posti in campionato. Prospettiva miope, perché un campionato competitivo è interesse di tutti. Se le grandi si focalizzeranno sulle competizioni europee, risparmiando dal campionato i migliori giocatori, la Serie A perderà ulteriormente di valore


Una risposta a “Serie A: 18 o 20 squadre?”
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